Roma, 9 Luglio 2009
    Verso un Europa dei popoli o della Cancellerie? Intervista di Radici Cristiane all'Onorevole Isabella Bertolini

L'intervista del mensile Radici Cristiane all'Onorevole Isabella Bertolini pubblicata sul n.46 di luglio.

Verso un'Europa dei Popoli o delle Cancellerie?

A cura di Mario Faverzani

Recentemente, sul quotidiano "Avvenire", Sergio Soave sottolineava la struttura sostanzialmente a-democratica (se non anti-democratica) dell'Unione Europea: "La sovranità, in Europa -scrive l'editorialista- non appartiene al popolo (...), il Parlamento di Strasburgo è la massima espressione di una cosa che non c'è (...), i problemi europei vengono in realtà affrontati dall'altra Europa, quella intergovernativa", auspicando una soluzione "dal basso" di tale questione. Lei condivide tale giudizio? E crede nella possibilità di una soluzione "dal basso"?
Concordo sostanzialmente con quanto affermato da Sergio Soave. Una Europa democratica, ovvero capace di creare sintesi tra le posizioni dei singoli stati sovrani che ne fanno parte, ancora non esiste. L’Europa è percepita dai cittadini come una enorme sovrastruttura politica, che si aggiunge agli organismi esecutivi ed istituzionali dei singoli Paesi. Il luogo degli ostacoli e non delle opportunità.
Il luogo in cui gli interessi nazionali vengono sacrificati sull’altare di una dimensione sovranazionale, che nei fatti non esiste. Il pur condivisibile auspicio di una soluzione dal basso a questo problema è ostacolato dalla natura stessa dell’Unione europea e da una carta costituzionale inadeguata e che non lascia spazio a cambiamenti.   

Le uniche volte, in cui è stato consentito ai cittadini effettivamente di votare il modello di Unione Europea proposto dalle segreterie governative, questo ha ricevuto una sonora bocciatura: in Irlanda col referendum del 2001 ed in Francia e Olanda con quello del 2006. Perché, a Suo giudizio, nessuno ne parla più? E perché non porre nelle mani degli elettori di tutti i Paesi aderenti una decisione tanto importante quale la costruzione della comune "casa europea"?

La bocciatura del trattato europeo da parte dell’Irlanda avrebbe dovuto dare la sveglia ad una Europa autoreferenziale ed ingessata. Ciò non è accaduto. Il messaggio era chiaro, ma l’Unione Europea non l’ha colto.

E' evidente i cittadini non vogliono un apparato che rischia di essere solo una casa accogliente per burocrati che, senza una vera legittimazione popolare, decidono della vita dei cittadini anche in ambiti particolarmente sensibili e delicati. Solo con una vera Europa dei popoli, dove i valori della propria storia e cultura siano valorizzati, sarà possibile rilanciare l'idea di una casa europea comune per tutti gli abitanti del vecchio continente.

  

Il problema di una democrazia reale nell'istituzione Europa, secondo Lei, dipende solo da un discorso di "sovranità popolare" (ammesso che sia mai concretamente realizzabile) o dipende anche da una questione di identità storica e culturale? Il netto rifiuto opposto all'inclusione delle radici cristiane tra gli elementi fondanti l'Europa (rifiuto ideologico, a quanto pare presto dimenticato dai media) attende ancora risposte... Non crede?

Il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa tra gli elementi fondanti costituisce un grave errore. E’ il segno ed il simbolo di una Europa senza identità e senza missione. L'Europa non può e non deve rinnegare la propria storia, in nome di una malintesa integrazione culturale. Il nostro Continente non si deve vergognare di difendere la propria identità. Dobbiamo tornare a riconoscerci in quel solido fondamento culturale e morale di valori comuni che ereditiamo dalla tradizione cristiana. L'Europa non è soltanto una mera espressione geografica, è anche una storia, è una cultura, è un'eredità di valori condivisi.

La sinistra in questi anni, in Italia ed in Europa, ha cavalcato un pericolosissimo relativismo ideologico e culturale con l’intento di abbattere tradizioni, istituti e modelli sociali consolidati, che di quell'eredità costituiscono la piena e compiuta espressione.

Il mancato riconoscimento di tutto ciò rischia di portare l’Europa sempre più lontano dai popoli che vorrebbe rappresentare. Promuovere il riconoscimento delle radici giudaico – cristiane, quali sorgenti storiche del patrimonio culturale e spirituale europeo, sarebbe un importante risultato che ci farebbe guardare con maggiore speranza al futuro dell’Europa.

 

Sulla vicenda dei cosiddetti "respingimenti" e sul più vasto tema dell'immigrazione, Lei ha chiesto che Malta e gli altri Stati europei, che ricevono contributi, facciano quanto di loro competenza. Non Le pare che proprio l'immigrazione sia uno di quei temi, in cui l'Unione Europea chiede all'Italia ciò che da nessun altro Paese membro si sognerebbe mai di pretendere, in una sorta di "schizofrenia" istituzionale?

Mi pare evidente che l’Europa abbia tenuto sulla questione dei respingimenti un atteggiamento inspiegabilmente pregiudiziale nei confronti dell’Italia. Il nostro Paese ha fatto ciò che doveva fare: ha coniugato fermezza e rigore nei confronti dei clandestini con accoglienza e solidarietà nei confronti dei profughi e dei richiedenti asilo.

Nonostante ciò ha subito gli attacchi dell’Europa, che contestualmente non ha però richiamato Malta al rispetto degli impegni presi. Sul contrasto all'immigrazione clandestina il Governo sta facendo efficacemente ed autorevolmente la propria parte. Ora è tempo che Malta e gli altri stati europei facciano quanto di loro competenza, senza venire meno alle loro responsabilità.  

Sull’immigrazione l'Italia, da sempre in prima linea nell'affrontare il problema, non può ricevere solo oneri e critiche. Il problema deve essere affrontato da tutti.

 

Quello dell'immigrazione, non è l'unico tema "caldo" e controverso in sede di Unione Europea, specie in fatto di Valori: la risoluzione sull'accesso universale alla "salute riproduttiva", con cui il Parlamento Europeo ha deplorato "il divieto, sostenuto dalle Chiese, di usare contraccettivi", le prese di posizione "spinte" pro aborto assunte nella "guerra" istituzionale fatta alla Polonia, l'invadenza indebita nel Diritto vigente negli Stati membri, esercitata a suon di diktat, su questioni-cardine come famiglia ed omosessualità, non fanno pensare ad un'Europa "ostaggio" di consorterie o "lobby" di fatto anti- cristiane ed ostili, disposte a servirsi delle Istituzioni Ue per una battaglia sistematica e metodica contro tutto ciò che appartenga al cuore ed alla fede cattolica del Continente?

Da tempo le posizioni dell’Europa sui temi etici  ci sembrano frutto di un relativismo dilagante che rischia di legittimare principi e valori antitetici a quelli in cui si riconosce la grande maggioranza dei suoi cittadini. L’Europa che non condanna  i gulag cinesi, che  tollera la Sharia, che non condanna l’integralismo islamico non è l’Europa che voglio e in cui mi riconosco.

L’Europa si è dimostrata più attenta e determinata ad imporci vincoli paradossali come la produzione dell’aranciata senza arance che a difendere il valore della vita, attraverso il contrasto alla diffusione dell’aborto, della pillola abortiva, o della pratica dell’eutanasia.

 

Oggi c'è chi chiede l'ingresso della Turchia in Europa... Lei cosa ne pensa, anche dal punto di vista della coesione culturale ed ideale del Continente?

Ho sempre ritenuto che l’ingresso della Turchia in Europa non potesse prescindere dal riconoscimento preliminare, da parte dell’Europa stessa, delle proprie radici cristiane. Cosa che purtroppo non è avvenuta. Le ragioni di carattere economico che oggi spingono all’ingresso della Turchia in Europa non possono prescindere e fare passare in secondo piano nodi irrisolte sul piano culturale, ideale e valoriale.

Non possiamo non tenere conto che la Turchia, con i suoi 85 milioni di cittadini, in prevalenza islamici, diventerebbe lo stato europeo più popoloso e quindi con più parlamentari, al Parlamento europeo. Penso che con la Turchia si possa instaurare un rapporto di partenariato come chiedono alcuni leader europei, come ad esempio la tedesca Angela Merkel, che è cosa assai diversa dal diventare membro effettivo all’interno dell’Unione.




 
 
 
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