Torino, 20 Dicembre 2009
    Divieto di boccaccia

Giustizia è fatta. Un agricoltore marchigiano è stato condannato dalla Corte di Cassazione perché ha mostrato la lingua a un vicino.

Intendiamoci, il fatto punito dai giudici è stato il punto d’arrivo di rapporti contrassegnati da frequenti litigi.

Alla fine, il reo si è introdotto nel campo del rivale e lo ha colpito, non con un tridente o un badile come si sarebbe potuto temere in una feroce faida contadina, e neanche con insulti veementi, ma vibrandogli addosso la lingua. Non che i magistrati abbiano preso alla lettera l’adagio secondo cui ne uccide più la lingua che la spada.

Hanno tuttavia rilevato che il gesto non era ispirato, come spesso suole, da un intendimento giocoso o buffonesco, ma dalla volontà di offendere con il dileggio e il disprezzo.

Quella «tensione volitiva», per dirla con il loro linguaggio, risultava evidente dalla fotografia che, scattata dalla vittima al momento del confronto, è servita di base alla sua denuncia del misfatto. Doveva trattarsi di una ripresa fatta a regola d’arte, per consentire l’interpretazione di un animus che, a onor del vero, si poteva desumere dai trascorsi non idilliaci tra i due contendenti.

Fatto sta che l’intemperante personaggio è stato condannato dalla Suprema Corte (dopo una prima pronuncia del giudice di pace) a risarcire il danno e a sborsare 1300 euro per le spese processuali. E buon per lui che sia stato assolto dal reato di «ingresso abusivo in altrui fondo».

L’opinione pubblica ha buoni motivi per lamentarsi della giustizia. Le si addebitano, insieme agli sconti praticati con soverchia disponibilità a fior di delinquenti, l’eccessiva lentezza dei processi, le insufficienze degli strumenti di indagine, le verbose cavillosità.

Sembra troppo spesso annaspare nel vuoto, con e senza Ris, identificare con difficoltà un sicuro colpevole. Con esiti diversi, ne danno testimonianza certi processi (come quello di Garlasco) resi famosi dal rimbombo mediatico.

Ma esistono, vivaddio, esempi di severa, oculata applicazione della legalità, di pronta riparazione del diritto offeso.

Valga tra tutte, per quanto segnalata sommessamente dalle cronache, la storia del contadino costretto a ringoiare nella chiostra dei denti la sua malefica lingua.

 

Lorenzo Mondo - La Stampa

 




 
 
 
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