Quale differenza sostanziale vuole introdurre il disegno di legge sulla cittadinanza da lei presentato?
La mia proposta di riforma della legge sulla cittadinanza, fatta a nome del Popolo della Libertà, parte dal presupposto che uno straniero può ottenere la cittadinanza al termine di un percorso di integrazione, solo attraverso un reale riconoscimento dei principi e dei valori che fondano la nostra società. Vogliamo costruire una cittadinanza di “qualità”, concedendo lo status di cittadino italiano esclusivamente a coloro che dimostrano una adesione sostanziale e non formale alla nostra Nazione. La sinistra, invece, punta ad una cittadinanza di “quantità”, arrivando a ridurre il termine temporale necessario per diventare italiano. Alla base di quella impostazione c’è il concetto che prima si diventa cittadino e poi ci si integra. Questa è la differenza sostanziale tra noi e le forze di opposizione, che mirano evidentemente a regalare il diritto di voto agli stranieri. Mentre noi vogliamo evitare che non accada in Italia ciò che è successo in Paesi come la Francia e la Gran Bretagna, dove ci sono milioni di persone formalmente ‘cittadini’, anche di seconda e terza generazione, che non si sentono però parte e né condividono i principi del Paese in cui vivono. Per acquisire la cittadinanza italiana, quindi, saranno sempre necessari dieci anni di residenza legale in Italia, ma il traguardo sarà raggiunto solo dopo un dettagliato “percorso”, che comporta lo studio della storia e della cultura italiana, dell’educazione civica e della Costituzione. È necessario poi essere in regola col fisco, avere i requisiti di reddito, alloggio e assenza di carichi pendenti, già richiesti per ottenere il permesso di soggiorno. Viene fatta una verifica anche dell’integrazione sociale dello straniero, che deve dimostrare di rispettare i principi di uguaglianza e di parità fra uomo e donna, anche all’interno del proprio nucleo famigliare.
Cosa risponde a chi sostiene che le modifiche alle norme vigenti penalizzerebbero chi davvero vuole diventare cittadino italiano?
Non è affatto così. Chi afferma cose del genere evidentemente non ha letto la mia proposta, perché il testo presentato aiuta chi vuole diventare davvero cittadino italiano. Il fenomeno immigratorio è profondamente cambiato negli ultimi anni. C’è bisogno di una cittadinanza che risponda ai requisiti di adesione ai valori della nostra comunità e di qualità. Il progetto di legge proposto va esattamente in questo senso. Per fare un esempio, abbiamo fatto in modo che il termine di dieci anni sia un tempo reale e non, come accade oggi, solo indicativo. Lo straniero, infatti, che ha i requisiti richiesti, dopo otto anni di residenza può fare domanda per accedere al “percorso di cittadinanza”, essere ammesso alla frequenza dei corsi previsti, superare le verifiche e al decimo anno ottenere davvero il riconoscimento della cittadinanza. Oggi spesso lo straniero non ottiene nemmeno una risposta definitiva. In questo modo uno straniero che voglia diventare cittadino italiano dovrà comunque attendere il decimo anno di residenza nel nostro Paese per ottenerlo, ma dopo 8 anni potrà fare la domanda e avrà una risposta in tempi più certi di quelli attuali. I suoi figli nati qui, invece, diventeranno italiani a 18 anni di età, ma a patto che abbiamo frequentato la scuola dell’obbligo.
Modena e la sua provincia costituiscono un importante polo di immigrazione. Com’è attualmente la situazione?
La situazione a Modena, così come in tutte le province dell’Emilia Romagna amministrate dalla sinistra e dove si sta applicando il modello multiculturale, è disastrosa. Sia sotto l’aspetto sociale, sia per quanto riguarda l’ordine pubblico. Le politiche applicate dalle amministrazioni di sinistra hanno privilegiato gli immigrati a danno degli Italiani nell’accesso alle case popolari, all’assistenza sanitaria, ai servizi per l’infanzia e per gli anziani, attirando quindi sul territorio un numero enorme di immigrati, molti dei quali clandestini. Le politiche urbanistiche hanno favorito la creazione di quartieri ghetto e la concentrazione in aree degradate di sacche di illegalità. A fronte di una percentuale di immigrati regolari, che ha raggiunto la soglia di oltre il 10% dei residenti, la provincia di Modena registra il record di immigrati irregolari. Questo si è tradotto in aumento dell’illegalità e della delinquenza. Non caso oggi il 73% dei detenuti del carcere di Modena è costituito da stranieri per lo più clandestini e la nostra provincia è sprofondata nelle parti basse delle classifiche nazionali sulla sicurezza, anche a causa dell’aumento dei reati contro la persona, commessi da immigrati. Il contrasto all’immigrazione clandestina ed irregolare per noi è la priorità e l’unica via per garantire l’ordine e la sicurezza pubblica.
Cosa ne pensa di ciò che è successo a Rosarno? Cosa dovrebbe fare secondo lei il Governo per evitare il ripetersi di questi avvenimenti?
I ricercatori del Censis e dell’Ocse avevano già rilevato, nel settembre scorso, come le difficoltà legate alla crisi economica, e pesantemente avvertite da migliaia di Italiani che hanno perso il lavoro, avrebbero determinato anche un calo del livello di tolleranza nei confronti degli immigrati. La riduzione delle quote annuali di lavoratori stranieri in ingresso in Italia, decisa dal Governo di fronte agli effetti della crisi, si è dimostrata giusta e lungimirante. La situazione di emergenza economica che si prospettava già alla fine del 2008 imponeva un cambio di strategia. Fare finta di nulla, continuando a richiamare annualmente sul territorio i 170.000 lavoratori, senza contare i ricongiungimenti famigliari, che le quote dei flussi prevedevano in tempi precedenti alla crisi internazionale, avrebbe provocato effetti devastanti. Far entrare un numero di extracomunitari che il mondo del lavoro non può e, presumibilmente ancora per molto tempo, non potrà assorbire, significherebbe innescare una pericolosa bomba a livello sociale. Limitare la quota dei lavoratori stranieri è stato un atto di buon senso e di responsabilità, utile al Paese. Per evitare che fatti come quello di Rosarno si ripetano, è necessario proseguire sulla strada del rigore, già adottata dal Governo, per contrastare l’immigrazione clandestina. È però anche necessario che gli Enti Locali si attivino nel controllo e nelle verifiche del proprio territorio, attraverso gli strumenti normativi votati di recente in Parlamento: a Rosarno tutti sapevano, ma non agivano.
Rispetto agli altri paesi europei come vede le attuali normative italiane in materia di cittadinanza?
La legge sulla cittadinanza attualmente in vigore nel nostro Paese è del 1992, quindi abbastanza recente. Nata quando l’Italia iniziava ad affrontare le questioni legate ad una massiccia immigrazione. Una legge attuale che ribadisce il principio dello jus sanguinis e che non svende un diritto fondamentale come quello della cittadinanza. È arrivato però il momento di fare un passo ulteriore. Il solo requisito temporale per concedere la cittadinanza italiana non è più adeguato. Oggi molti Paesi europei stanno rivedendo le loro leggi in materia, restringendo la maglie, per evitare una concessione della cittadinanza troppo facile e ritrovarsi (come in Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Germania) con seconde e terze generazioni di immigrati ‘cittadini’, che paradossalmente non parlano neppure la lingua del Paese in cui vivono, o addirittura vivono chiusi all’interno delle proprie comunità autoctone e rischiano di diventare artefici di comportamenti gravi nei confronti del Paese che li ospita.
Il testo propone anche corsi obbligatori di un anno per gli stranieri sulla storia e la cultura italiana. Come verranno strutturati?
Dopo 8 anni di soggiorno continuato nel nostro Paese lo straniero che vuole diventare italiano potrà ottenere la cittadinanza, se seguirà un percorso ben definito e preciso. Dovrà fare domanda di frequenza ad un corso propedeutico di 1 anno, finalizzato all'approfondimento della conoscenza della storia e della cultura italiana ed europea, dell'educazione civica e dei principi della Costituzione italiana. Alla richiesta di ammissione al corso l'Amministrazione competente deve rispondere entro 120 giorni. Spetterà al Governo, con il concorso delle Regioni e degli Enti Locali, organizzare questi corsi.
Su quali basi lo straniero potrà dimostrare il grado di integrazione sociale?
In base a dei parametri ben definiti. Oltre al corso, lo straniero che vuole diventare cittadino italiano deve dimostrare un 'effettivo grado di integrazione sociale' ed 'il rispetto, anche in ambito familiare', delle leggi italiane. Non possiamo pensare di concedere la cittadinanza a chi non rispetta le donne, la democrazia, la libertà dei singoli, la dignità di ogni persona, i principi di uguaglianza. L’immigrato deve poi essere in possesso del permesso UE per i soggiornanti di lungo periodo (vincolato ad un reddito minimo, ad un alloggio e all'assenza di carichi pendenti) e pagare le tasse. Troppo spesso è capitato che qualcuno sia diventato nostro concittadino e magari in casa propria applicava precetti fondamentalisti che non pongono sullo stesso piano uomo e donna e sono incompatibili con i valori contenuti nella nostra carta costituzionale. Con la nostra proposta vogliamo evitare che ciò possa accadere. Per questo abbiamo previsto che la concessione della cittadinanza sia sancita anche con un atto non solo simbolico, ma vincolante. Ci sarà un giuramento da effettuarsi davanti al Prefetto e il richiedente pronuncerà la seguente formula: 'Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi, riconoscendo la pari dignità sociale di tutte le persone'.
Per quanto riguarda i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia la novità sarà che potranno chiedere la cittadinanza compiuti 18 anni solo se avranno frequentato tutta la scuola dell’obbligo. E’ un ulteriore passo per l’integrazione?
Ne siamo assolutamente convinti. L’aver frequentato con profitto la scuola rientra pienamente in quel requisito necessario di volontarietà che vogliamo introdurre per poter diventare cittadino italiano. Mi spiego: se un ragazzo frequenta con successo la nostra scuola dimostra con i fatti di voler far parte della nostra comunità. Colgo poi l’occasione per sgomberare il campo dalla disinformazione creata dalla sinistra su questo aspetto. Tra un minore straniero che vive in Italia e un minore italiano non c’è alcuna differenza rispetto ai diritti di cui entrambi godono. Un motivo in più perché l'ottenimento della cittadinanza, anche da parte di chi nasce in Italia da genitori immigrati, sia il frutto di una scelta voluta, motivata e consapevole dell'individuo, che per tali ragioni può esercitarsi solo al raggiungimento della maggiore età.